ONU Genere, sviluppo sostenibile, beni comuni. La sfida delle donne a Rio + 20

Nel prossimo giugno si terrà a Rio de Janeiro la conferenza Rio + 20, il summit delle Nazioni unite sullo sviluppo sostenibile. Non ci sarà però una Carta su cui tutti i partecipanti dovranno convergere, ma solo “prioprità”, “suggerimenti” sui quali i Paesi sono invitati a confrontarsi per giungere ad un accordo comune nel 2015.
Il Gruppo di contatto francese Genre & Développement Soutenable sta elaborando un documento in ottica di genere. Partendo dall'assunto che lo sviluppo sostenibile non può essere ridotto ad un "capitalismo verde", ad una “governance degli esperti”,  il documento spiega perché l’accesso egualitario ai processi decisionali è condizione...

 

La conferenza ONU Rio + 20 è l’occasione per una ridefinizione di un “sviluppo sostenibile”che affermi che gli equilibri ecologici, sociali, economici non potranno essere raggiunti se i diritti umani non saranno rispettati dappertutto nel mondo. Lo sviluppo sostenibile non deve essere ridotto ad un “capitalismo verde”, una “economia verde”, una “governance dagli esperti”.
L’economia è uno strumento del progresso sociale. L’esperienza cittadina e la democrazia sono indispensabili ad una buona gestione dei beni comuni.
In questo contesto, la Conferenza Rio + 20 deve integrare una sfida trasversale: il genere. Questo approccio mira ad approfondire l’impatto del modello di sviluppo sui rapporti sociali tra uomini e donne, attualmente fondati su ineguaglianze politiche, economiche, sociali, ambientali, culturali.., e di conseguenza l’impatto integrato dell’uguaglianza donne - uomini nell’emersione di un reale sviluppo sostenibile. (1)  

Per fare questo, l’approccio “Genere e Sviluppo” (GED) è stato elaborato progressivamente e nel contempo fatto proprio da alcune istituzioni internazionali di sviluppo e dai movimenti ed organizzazioni della società civile, specialmente del Sud. Questo contributo alla rimessa in causa del paradigma dello sviluppo classico è presente da trent’anni in tutte le conferenze delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, come nel punto di vista della società civile. Per esempio, con la pubblicazione dell’ Agenda 21 delle Donne per un pianeta in buona salute e in pace, prima della Conferenza di Rio.
In Francia, per il Summit mondiale di Joannesburg, nel quadro del collettivo Joburg 2002, è stata elaborata una piattaforma “Donne per la qualità della vita”, per un approccio femminista dello sviluppo durevole. 

Le organizzazioni ecologiche e ambientaliste, le organizzazioni di solidarietà internazionale e i movimenti sociali sono d’accordo sulla costatazione che questa crisi è sistemica, cio+ è contemporaneamente finanziaria e economica, ecologica, sociale, ideologica, politica. Ma questa constatazione trascura spesso la sfida dell’evoluzione dei rapporti sociali tra donne e uomini, il “genere”, mentre essa invece sta al cuore sia delle crisi che delle soluzioni per risolverle.     

Cambiare queste relazioni costituisce un asse strategico della transizione verso un modello di sviluppo sostenibile che poggi sull’assegnazione equa delle risorse, nei confini ecologici della biosfera. Si tratta di dibattere e di agire su realtà individuali e collettive molto concrete, come l’esercizio e la ripartizione del tempo, dello spazio, della mobilità delle risorse, delle rendite, dei processi decisionali, tutti aspetti che rimandano all’organizzazione e pianificazione di questa transizione.

Le politiche pubbliche che mirano solo ad “integrare le donne nello sviluppo” non rimettono in causa la natura di questo sviluppo, e strumentalizzano il ruolo sociale e il lavoro delle donne per livellare, per esempio, lo smantellamento dei servizi collettivi. Occultano, è solo un altro esempio, il fatto che le donne (e soprattutto le migranti) servono spesso da variabile di aggiustamento del mercato del lavoro. Le donne subiscono le ripercussioni negative del modello di sviluppo non sostenibile giacchè sono obbligate a cumulare le loro responsabilità tradizionali ( come il fatto di dover assicurare i lavori domestici, la cura dei bambini e degli anziani…) con nuove esigenze economiche  e sociali, mentre affrontano anche la crescente precarizzazione. (2)
Nei paesi poveri, l’erosione della biodiversità, la rarefazione delle risorse d’acque e la mancanza di infrastrutture d’igiene, la desertificazione e i conflitti che derivano dall’accaparramento delle terre e dal controllo delle sementi, le riguardano direttamente, come la regressione dei servizi collettivi le sovraccarica dappertutto nel mondo, sia nell’aeree rurali che urbane.    

Nello stesso tempo, le donne sono attrici specifiche  del/dal loro investimento nell’economia sociale e solidale; le loro preoccupazioni riguardano la salute ambientale, l’apporto ad una gestione equa dei beni comuni, delle (bidon) città e dei quartieri. I movimenti delle donne, comprese le donne migranti, propongono importanti alternative, il loro dinamismo e innovazione aprono la via all’innovazione sociale e prefigurano modelli di sviluppo più umani e solidali.

Gli ultimi venti anni hanno visto l’emergere e il rafforzarsi di organizzazioni di donne e movimenti femministi che hanno contribuito alla critica del capitalismo e del suo legame con la struttura patriarcale. Essi partecipano attivamente alle piattaforme locali, nazionali e internazionali, ai movimenti di contestazione e proposta ( Forum sociali, forum alternativo, G8 – G20, ecc). (3)
Parallelamente, la crescita degli integrismi religiosi e una comprensione ristretta della nozione di “diversità culturale” (quarto pilastro dello “sviluppo durevole” ) sono freni formidabili e costituiscono nuovi fattori di regressione e di resistenza all’emancipazione umana.  
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Per una condivisione egualitaria del potere e dell’accesso ai processi decisionali

Le donne sono considerate nello sviluppo durevole come uno dei gruppi maggiori della società civile, e costituiscono un gruppo trasversale agli altri gruppi maggiori ( giovani, contadini, comunità autoctone, ecc). Le loro organizzazioni sono ufficialmente presenti a questo titolo nelle negoziazioni internazionali sullo sviluppo sostenibile. (4) 
Ma da qualche anno, la focalizzazione sul cambiamento climatico globale - concepito come campo scientifico e tecnico – tende a farne un ambito essenzialmente maschile. Ora, mentre  le donne sono nello stesso tempo attrici specifiche nella prevenzione e l’attenuamento del riscaldamento climatico globale, toccate in maniera specifica dalle catastrofi naturali, restano largamente assenti dalle negoziazioni climatiche di alto livello (5), e sul terreno sono dimenticate dagli studi d’impatto ambientale. Tenuto conto del carattere sessista del potere ( una dozzina di donne capi distato o di governo su 129 Stati), esse sono assenti anche nelle altre istanze di governance - comprese quelle nonlegittime come i G8/G20 –, nelle negoziazioni di pace, in quelle bilaterali per gli accordi comuni, ecc.

C’è comunque da dire che la governance mondiale dei diritti delle donne si è recentemente evoluta, sfociando nella creazione di ONU-Femmes (luglio 2010) risultato della fusione e della consolidazione della Divisione della promozione della Donna (DAW), l’Istituto Internazionale di Ricerca e Formazione della promozione della Donna (INSTRAW), l’Ufficio della Consigliera speciale per le questioni uomo-donna (OSAGI) e il Fondo di Sviluppo delle Nazioni unite per le donne (UNIFEM). Questa razionalizzazione risponde alla questione costante della necessaria trasversalità delle strategie e delle politiche in termini di genere. Occorre che si traduca in un aumento significativo delle risorse e non in un obbligo più forte alla loro riduzione (...)

 

(Fonte:http://www.womeninthecity.it/)

 

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